Secondo itinerario: da Piazza delle Erbe a Castelvecchio

Secondo itinerario: da Piazza delle Erbe a Castelvecchio

Ottava tappa - Palazzo Perez, Castelvecchio col ponte scaligero e il Teatro Filarmonico, con la Sala di Pubblica Istruzione e l’Accademia dei Filotimi

Esattamente di fronte all’antica fortezza scaligera di Castelvecchio, si erge Palazzo Perez, progettato dall’architetto veronese Luigi Trezza, sul finire del XVIII secolo. [immagine 58]

È questo uno dei luoghi ove, per tutto l’arco dell’insorgenza delle Pasque Veronesi, più cruenti ed ininterrotti furono i colpi d’arma da fuoco, gli scambi d’artiglieria e gl’incendi (che colpirono ripetutamente lo stesso palazzo) tra veronesi assedianti e transalpini asserragliati nel castello, che attendevano rinforzi da Milano.

Palazzo Perez fu anche saccheggiato dai francesi in alcune sortite dal castello per procurarsi cibo. [immagini 59-60]

In questi scontri rifulse il valore dei Conti Antonio Maria Perez, padre e figlio. Entrambi accesi fautori dell’ordinamento tradizionale e avversi al giacobinismo e alla Rivoluzione.

Antonio Perez figlio, oltre ad assediare Castelvecchio dalla parte dell’Adige, con le milizie paesane della Valpolicella (cernide) si distinse anche negli assalti alle fortezze in mano francese, ubicate sulla collina. Fu costretto all’esilio in Tirolo, dopo le Pasque Veronesi, per sfuggire alle vendette. [immagine 61]

58 - La facciata di Palazzo Perez, di fronte a Castelvecchio. Fotografia del 1979.

59-60 - Stemma dei Conti Perez sulla facciata del loro palazzo in Corso Castelvecchio, a Verona. Si noti (a sinistra) lo scalpellamento del blasone di famiglia da parte dei municipalisti filo-francesi dopo l’insurrezione di Verona contro Bonaparte (Pasque Veronesi) e, nel disegno a destra, lo stemma nella sua integrità.

61 - Il Conte Antonio Maria Perez il figlio, appena 27enne, fu uno dei protagonisti delle Pasque Veronesi, nonché valoroso Comandante delle cernide della Valpolicella durante l’insorgenza di Verona e del contado, dopo la quale — per sfuggire alle vendette — riparò nel Tirolo austriaco. Ritratto di Giorgio Scarato, su commissione del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi.

L’antica fortezza scaligera di Castelvecchio (1354-56) affaccia sull’omonimo corso, a Verona, al civico 1/A. [immagine 62]

Un tempo Castello di San Martino in Aquaro. Dal nome di una chiesa preesistente che custodiva una spada di San Martino di Tours, chiesa rimasta fino ai primi dell’800 e che sorgeva sul sito dell’attuale Corte d’armi, antistante il Museo,

Castelvecchio è uno dei più importanti monumenti della città. Fu eretto da Cangrande II della Scala (1354-56) e ospita la statua originale di Cangrande I (1291-1329) massimo condottiero scaligero, un tempo posta sull’arca d’ingresso a Santa Maria Antica, la cappella di famiglia. [immagine 63]

Struttura difensiva formidabile, prospiciente l’Adige sul retro e l’Adigetto sul lato, Castelvecchio era altresì munito di fossato, feritoie, merlature, torri, di un alto mastio e di un ponte a scavalco sull’Adige, per una via di fuga verso Nord. E collegato alla Cittadella da un camminamento riparato. In epoca veneziana, sul lato orientale del mastio era dipinto il Leone marciano, simbolo della Signoria.

L’Adigetto era invece un canale artificiale, un braccio d’acqua che si distaccava dal fiume poco prima di Castelvecchio e che andava a sfociare presso l’odierno Ponte Aleardi.

Dal 1759 Castelvecchio, oltre che acquartieramento di truppe, fu sede del Veneto Militar Collegio, che formava i quadri di artiglieria. [immagine 64]

Trasformato in caserma e arsenale in epoca napoleonica, il suo profilo nel corso dell’800 divenne praticamente irriconoscibile [immagine 65] e solo a seguito del restauro neomedievale curato da Antonio Avena (1923-26) la fisionomia originale del castello, fu per alcuni tratti recuperata, inclusa la ricostruzione della Torre dell’Orologio, fortemente danneggiata durante i combattimenti delle Pasque Veronesi e poi addirittura demolita dai francesi di Bonaparte.

L’adiacente Arco dei Gavi, un tempo a cavallo sul corso e inglobato nella cortina muraria del castello, fu spostato dai francesi nel 1805 dal suo sito originario e oggi si ammira a destra del castello, vicino al fiume.

Le stampe francesi relative ai combattimenti davanti a Castelvecchio durante le Pasque Veronesi (17-25 aprile 1797) raffigurano gl’insorti veronesi come disumani assassini d’invalidi e di feriti francesi. O come teppisti esagitati o criminali comuni (briganti è l’appellativo) che commettono violenze, talvolta gratuite. Si monta così ad arte la menzogna de le massacre de Vérone, del massacro di Verona, come le fonti francesi dipingono l’insorgenza della città scaligera. [immagini 66, 67, 68 e 69]

Questa menzogna mirava sostanzialmente a ribaltare il rapporto vittime-carnefici, rovesciando le responsabilità dei rivoluzionari di Francia e dei giacobini italiani, loro partigiani, sulla popolazione veronese. L’eroismo di una città occupata e vessata per 10 mesi da invasori stranieri, i quali le avevano imposto un’ideologia rivoluzionaria e scristianizzante, oltre che depredazioni immense e che, stanca, si levava contro di essi, diventava una colpa. La città che difendeva le antiche tradizioni e la Religione, che insorgeva per il legittimo Governo Veneto, combattendo contro il più potente esercito del mondo, tristemente noto per le sue efferatezze e crudeltà, commetteva un delitto. E per essersi ribellata alla meravigliosa civiltà dei lumi provenienti d’Oltralpe, ecco ch’era indegna financo di mantenere il proprio nome, che avrebbe dovuto mutare da Verona in Egalitopoli, come i rivoluzionari avrebbero voluto ribattezzarla.

Nel loro eroismo, i veronesi arrivarono al punto di martellare Castelvecchio con artiglierie che avevano appositamente trascinato nei pressi della fortezza, come pure nelle adiacenze dei castelli soprastanti le colline, per bombardare anche quelli, essendo in mano francese. Ma non riuscirono mai a espugnarli, nonostante una finta resa da parte di Castelvecchio e un cannone caricato a mitraglia dai napoleonici e sparato a tradimento da loro contro gli assedianti, che si accostavano a parlamentare. [immagini 70, 71, 72, 73 e 74]

Le batterie collocate dalla popolazione sulla spiaggia, in riva all’Adige, fulminavano il ponte scaligero, tanto che, per la disperazione, molti soldati di Napoleone si gettavano nel fiume, perendo annegati. [immagini 75, 76 e 77]

Capolavoro dell’architettura medievale, costruito in mattoni e pietra, il ponte scaligero misura 120 metri ed è largo più di 6 metri, con l’arco più ampio costruito per facilitare il passaggio di navi e imbarcazioni, tenuto conto anche delle correnti dell’Adige. La sua edificazione fra il 1354 e il 1356, per conto di Cansignorio Della Scala, si deve a Giovanni da Ferrara e a Giacomo da Gozo.

Nel 1802 i napoleonici mozzarono la sommità della torre del ponte che dava verso la Campagnola e ne rasarono i merli.

Il ponte fu ricostruito com’era nel 1951, finita la Seconda Guerra Mondiale, dopo che una pattuglia dell’esercito tedesco in ritirata, il 24 aprile 1945 aveva minato e fatto saltare tutti i ponti della città.

62 - Verona. Castelvecchio, con la torre dell’orologio e la cortina sul corso, ricostruite fra il 1923 e il 1926. Fotografia di fine secolo XX.

63 - La statua equestre di Cangrande I della Scala (1291-1329) opera forse del comasco Bonino da Campione (1340-50) spostata dalla cuspide esterna della chiesa di Santa Maria Antica, è ospitata oggi nei Musei di Castelvecchio, in un angolo del grande cortile o Corte d’Armi.


64 - Castelvecchio e il ponte scaligero (opera forse di Guglielmo Bevilacqua o di Giovanni da Ferrara e Giacomo da Gozo, 1354-1356) con i mulini sul fiume, visti da monte dell’Adige. Così dovevano apparire al momento dell’occupazione napoleonica della città e dello scoppio dell’insurrezione delle Pasque Veronesi. Dipinto di Bernardo Bellotto (1745 circa).

65 - Castelvecchio come si presentava dopo la sua trasformazione ottocentesca in arsenale napoleonico. I restauri del 1923-26 ripristinarono l’antico profilo, che si vede anche nella stampa francese filo rivoluzionaria del Duplessis-Bertaux sui combattimenti delle Pasque Veronesi innanzi al maniero. Fotografia del 1920.

66 - Dinnanzi a Castelvecchio infuriarono i combattimenti per tutto il tempo delle Pasque Veronesi (la sollevazione della città contro i rivoluzionari francesi e contro Bonaparte del 17-25 aprile 1797). I veronesi assediavano l’antica fortezza scaligera sul davanti con due barricate, una sull’attuale Corso Cavour e l’altra su Via Roma (già Via del Teatro). Sul retro, oltre il ponte scaligero, dalla parte della Campagnola, il castello era assalito dalle milizie paesane della Valpolicella guidate dal Conte Antonio Maria Perez il figlio. Stampa rivoluzionaria francese intitolata L’assassinio dei francesi a Verona, in Italia, il 28 germinale dell’anno V della Repubblica Francese. Incisione di Jean Duplessis-Bertaux (1747-1818). Parigi. Inizi del secolo XIX.


67-68 - Assalto a Castelvecchio da parte del popolo veronese durante le Pasque Veronesi. Gl’insorti pro Serenissima sono rappresentati dall’incisore francese, mentre assassinano e colpiscono alle spalle invalidi e feriti transalpini inermi. Con un impressionante rovesciamento delle responsabilità, questa incisione di propaganda rivoluzionaria trasforma le vittime in carnefici e gli occupati e aggrediti in casa propria, in perfidi aggressori. Stampa rivoluzionaria francese intitolata L’assassinio dei francesi a Verona, in Italia, il 28 germinale dell’anno V della Repubblica Francese. Incisione di Jean Duplessis-Bertaux (1747-1818). Parigi. Inizi del secolo XIX. Particolare.

69 - Insurrezione di Verona del 1797 e assalto a Castelvecchio da parte del popolo veronese e di soldati della Serenissima. Ancora una volta gl’insorti sono rappresentati dalla propaganda bonapartista come dei volgari assassini e briganti, accreditandola menzogna del massacro di Verona (“le massacre de Vérone”) come certe fonti francesi chiamano le Pasque Veronesi (17-25 aprile 1797). Nel tentativo di giustificare, così, i crimini dei soldati di Napoleone. Altra stampa rivoluzionaria francese. Litografia (?) di L. Gazzini. Dal Journal pour tous. Magasin littéraire illustré (sic). Paris. Pubblication de Ch. Lahure et cie. 8 Février 1862, n. 455.

70 - Fucilieri francesi ai merli di Castelvecchio durante una rievocazione storica dell’assedio della fortezza scaligera durante le Pasque Veronesi (17-25 aprile 1797) con relativi combattimenti. Rievocazione promossa dal Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi. 24 maggio 2015.

71 - Combattimenti tra militari francesi asserragliati in Castelvecchio e veronesi assedianti, con incendio delle vicine abitazioni (Piazzetta Case Abbruciate, oggi Piazza delle Pasque Veronesi). 18 aprile 1797. Tavola di Beniamino Delvecchio, su commissione del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi.

72 – Durante i combattimenti delle Pasque Veronesi, l’insurrezione controrivoluzionaria di Verona del 1797, la torre dell’orologio di Castelvecchio crolla sotto le bordate dei cannoni trascinati dalla popolazione veronese. Il pezzo è puntato con precisione da uno degli artiglieri imperiali, che gl’insorti avevano liberato dalla prigionia e che si erano uniti alla sollevazione popolare contro l’occupante. A coadiuvarlo anche un artigliere regolare veneziano in divisa grigio ferro e il Capitano dei Bombardieri di Verona, milizia dei cannonieri volontari. Il crollo fa precipitare il pezzo d’artiglieria piazzato dai francesi sulla torre dell’orologio e travolge con sé molti soldati transalpini. Dagli spalti di Castelvecchio, l’alto ufficiale veneto Leonardo Salimbeni, di sentimenti giacobini e traditore della sua Patria, sventola un fazzoletto bianco per simulare la resa e ingannare i veronesi assedianti, suoi concittadini, chiamandoli ad avvicinarsi, per poi ucciderli con l’inganno. 18 aprile 1797. Tavola di Giuseppe Rava, su commissione del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi.

73 - Issata bandiera bianca su Castelvecchio, con un cannone caricato a mitraglia i rivoluzionari francesi sparano a tradimento sui veronesi che si erano accostati a parlamentare. Anche il Capitano dei Dragoni veneti Rubbi, vi trova la morte. 18 aprile 1797. Ideazione di Danilo Morello. Tavola di Michele Nardo, su commissione del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi.

74 - Troneggia il leone marciano sulla copertina del libro che raccoglie gli atti pubblici che beneficavano la Corporazione o Confraternita (detta anche Scolla, Scuola) dei Bombardieri, che si distinse nei combattimenti delle Pasque Veronesi, dinnanzi a Castelvecchio. Libro delli Privilegi concessi dal Serenissimo Principe di Venezia alla Scolla de i Bombardieri di Verona. Manoscritto conservato presso la Biblioteca Civica di Verona.

75 - Verona. Castelvecchio e il ponte scaligero in una fotografia aerea.

76 - Verona. Il Ponte di Castelvecchio, oggi. Fotografia di Riccardo Frigo per Venetoway.com. Dal web.

77 – Durante l’assedio della fortezza scaligera, i veronesi piazzano dei mortai in zona Sant’Eufemia e sul retro di Palazzo Muselli, in riva all’Adige, proprio sotto il ponte di Castelvecchio. Il fuoco delle batterie reca tale scompiglio fra i soldati francesi asserragliati nella fortezza e di guardia al Ponte Scaligero che, per la disperazione, alcuni militi transalpini fuggono in Campagnola. Qui, sotto una tempesta di proiettili d’artiglieria, sono fatti prigionieri dalle cernide della Valpolicella, che assediano Castelvecchio dal retro. Altri soldati di Napoleone si gettano nei gorghi dell’Adige, sperando di riuscire a guadarlo a nuoto, ma periscono affogati nelle forti correnti. 22 aprile 1797. Tavola di Daniele Statella. Collaboratori: Stanislao Rossi e Marcello Iozzoli, su commissione del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi.

Prendiamo adesso la via che fronteggia perpendicolarmente Castelvecchio (Via del Teatro, oggi Via Roma). Passando sotto l’ingombrante monumento al Conte di Cavour, qui spostato nel 2012 e che ostruisce in parte la visuale del castello, giungiamo al fondo della strada, sulla destra, al Teatro Filarmonico, il principale teatro operistico della città.

Su Via Roma insisteva una delle barricate da cui i veronesi sparavano contro la fortezza di Castelvecchio, in mano francese. [immagine 78]

Il Teatro Filarmonico fu inaugurato nel 1732, su progetto dell’architetto bolognese Francesco Galli, detto Il Bibiena (1659-1739), con un’opera di Antonio Vivaldi, La fida ninfa, ambientata in un contesto bucolico di antichità classica.

Considerato da molti il miglior teatro italiano, fu ricostruito due volte, la prima nel 1749, dopo un incendio; e dopo il 1945, a causa delle rovine seminate dai bombardamenti anglo-americani nella Seconda Guerra Mondiale, che distrussero anche il teatro (23 febbraio 1945).

Il Filarmonico ospitò il consesso di teste coronate radunatesi nella città scaligera per il Congresso di Verona, nell’autunno del 1822, nel quale le Potenze europee affrontarono, tra gli altri, il problema delle rivolte liberal-massoniche in America latina contro la Corona spagnola; e il problema della successione nel Regno Subalpino, giacché l’erede al trono Carlo Alberto non dava buon affidamento, a causa delle sue pericolose inclinazioni per la Rivoluzione. Ma, anche per le pressioni di Metternich, non se ne fece nulla.

Al momento dell’occupazione napoleonica della città e dell’insurrezione delle Pasque Veronesi, il Teatro Filarmonico si presentava come si vede qui sotto, dopo la prima ricostruzione ultimata nel 1753. E Bonaparte stesso assistette a uno spettacolo offerto dalle Autorità veneziane e veronesi in suo onore, quando ancora vigeva l’equivoco stato di neutralità tra la Repubblica di Venezia e la Repubblica francese rivoluzionaria, prima dello scoppio delle Pasque Veronesi e della dichiarazione di guerra alla Serenissima. [immagine 79]

Fin dal 27 aprile 1797, giorno in cui i francesi rimisero piede in città, dopo esserne stati estromessi, a seguito dell’insurrezione di Verona (Pasque Veronesi) nel ridotto del Teatro Filarmonico, ebbe sede la Società Patriottica, il club giacobino di Verona. E una sua emanazione, la Sala di Pubblica Istruzione. [immagine 80]

Dopo la resa di Verona, avvenuta il 25 aprile, giorno di San Marco, i giacobini e il partito filo-francese avevano ormai mano libero in città, avendo usurpato le funzioni del Governo legittimo veneziano e veronese (i Rettori Veneziani e i Provveditori di Comun)

La Sala Patriottica o Sala di Pubblica Istruzione — di cui anche preti giacobinizzanti fecero parte — fu il luogo dei più sconsiderati spropositi dei partigiani di Francia, delle risoluzioni più estremistiche e velleitarie del nuovo Regime, al punto da spaventare gli stessi Comandi francesi, che il 10 novembre 1797 la chiusero. Fra le tante follie di oratori tanto improvvisati, quanto ignoranti: quella di uccidere tutti gli aristocratici (intesi come avversari della Rivoluzione, Nobili o meno che fossero); di cambiare nome alla città, da Verona in Egalitopoli; e alle vie cittadine (Piazza dei Signori diventava Piazza Nazionale, ad esempio); di distruggere le Arche Scaligere, perché innalzate sotto un governo non democratico; di bruciare i confessionali e mitragliare tutti i preti; d’imporre al Vescovo un catechismo repubblicano, per conciliare il Cattolicesimo con la Rivoluzione, giacché Dio — dicevano — vuole la democrazia e tale era anche la famiglia di Adamo; [immagine 81] di proibire i titoli nobiliari; di democratizzare gli abiti e i caffè, imponendo ai locali pubblici di esporre il tricolore; di tassare la cittadinanza con contribuzioni enormi per alimentare la macchina da guerra francese, ma che spesso sfociavano in pantagruelici pranzi patriottici che i giacobini offrivano Comandi transalpini; di distruggere tutti i Leoni marciani e gli stemmi nobiliari sui palazzi; di decapitare tutti i padri di famiglia di sentimenti controrivoluzionari lungo il Corso (Corso Porta Borsari e Corso Castelvecchio, oggi intitolato a Cavour).

Ma in precedenza, dal 1718, presso l’Accademia Filarmonica di Verona aveva sede anche l’Accademia dei Filotimi, ovvero degli amanti dell’onore, sciolta dai franco-giacobini all’indomani della resa di Verona, dopo le Pasque Veronesi. In precedenza la sede dei Filotimi era, dal 1618 al 1717, presso Palazzo Sambonifacio Tedeschi, oggi Hotel Accademia (in Via Scala 12) distrutto dal bombardamento alleato del 4 gennaio 1945 e ricostruito dall’architetto Ettore Fagiuoli nel 1956.

Dei Filotimi potevano far parte solo giovani con almeno duecento anni di nobiltà, sia per parte di padre che di madre; di costumi irreprensibili; di vita cristiana esemplare, in grazia di Dio e con abituale frequenza ai Sacramenti; dotati di armi e cavalli che li rendessero idonei a combattere a servizio della Repubblica, nel momento in cui la Patria lo richiedesse.

L’Accademia dei Filotimi fu fondata a Verona da Astorre Baglioni il 2 maggio 1565. Il gentiluomo d’armi Astorre II Baglioni (1526-1571) perugino al servizio della Serenissima, fu uno degli eroi della difesa di Famagosta, sull’isola di Cipro, respingendo per 156 giorni i continui assalti dell’armata turca di Mustafà Pascià. In violazione di tutte le condizioni di resa, che prevedevano il rimpatrio delle truppe italiche sull’isola, Baglioni fu decapitato e la sua testa fu inviata al Sultano, a Costantinopoli. Rese la sua bella anima a Dio il 1° agosto 1571, insieme a Marcantonio Bragadin, sopposto a sua volta dal Turco a inenarrabili sevizie e infine scuoiato vivo (17 agosto 1571) per non aver voluto soggiacere alle voglie del Pascià, né abiurare la fede cristiana. [immagine 82]

Dal 1566 i Filotimi offrivano a proprie spese alla Signoria i loro servigi nelle Armate Venete. Essi formarono nei secoli centinaia di giovani ufficiali, istruiti nelle arti militari ed equestri, ma anche nella letteratura e nelle discipline scientifiche. Si esibivano periodicamente e pubblicamente in giostre cavalleresche e combattimenti, sempre sotto la guida di un maestro cavallerizzo, di un maestro d’armi e di un armaiolo.

I Filotimi erano insomma un’organizzazione armata, un corpo d’élite al servizio di Verona e di San Marco, sempre pronto ad intervenire nelle contingenze più critiche, come difatti avvenne al momento dell’insurrezione di Verona contro Bonaparte dell’aprile del 1797, a cui i Filotimi erano presumibilmente già pronti. Almeno tre degli eroi delle Pasque Veronesi, il Conte Ernesto Bevilacqua, il Conte Francesco degli Emilei e il Conte Augusto Verità erano Filotimi.

78 - Ultimi Sacramenti a un combattente veronese moribondo su una barricata eretta in Via del Teatro, odierna Via Roma, di fronte a Castelvecchio, da cui i veronesi fronteggiavano con cannoni e moschetti, l’artiglieria francese. Tavola di Maria Teresa Ingegnatti, su commissione del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi.

79 - Il Teatro Filarmonico di Verona, come si presentava dopo la prima ricostruzione, a seguito dell’incendio del 1749, ricostruzione terminata nel 1753. È questo il teatro del tempo delle Pasque Veronesi, del Congresso di Verona del 1822 e, prima ancora, quello in cui le autorità veneziane offrirono uno spettacolo in onore di Bonaparte e di Giuseppina Beauharnais, il 22 ottobre 1796. Ben prima dell’insurrezione di Verona contro il despota còrso. Stampa francese del 1780 circa.

80 - Adunanza dei preti giacobini veronesi presso la Sala di Pubblica Istruzione, nel Teatro Filarmonico, a Verona: don Antonio Benini, Presidente; don Vincenzo Poiana; l’abate Giuseppe Venturi; don Antonio Buttura; don Carlo Filosi e il padre somasco Paolo Murari. Mentre questi religiosi rivoluzionari, con le loro empietà e immoralità, disonorano l’abito e la dignità sacerdotale, un giacobino tenta di dar fuoco a oggetti e paramenti sacri, per odio alla Chiesa e alla Religione cattolica, ispirato dal demonio. Tavola di Riccardo Pieruccini, su commissione del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi.

81 – Il Catechismo Repubblicano elaborato nel 1797 dai giacobini della Sala di Pubblica Istruzione, a Verona e imposto alle autorità ecclesiastiche per indurre i fedeli ad aderire alle massime della Rivoluzione francese. Altri catechismi similari apparvero a Bergamo, a Brescia, a Napoli e in diverse altre città d’Italia sovvertite dai francesi.

82 - Astorre II Baglioni, nativo di Perugia (1526-1571) Generale di Cavalleria leggera della Serenissima. Fu martirizzato dai turchi a Famagosta (Cipro) il 1° agosto 1571, insieme a Marcantonio Bragadin, in violazione di tutte le condizioni di resa e la sua testa fu inviata al Sultano, a Costantinopoli. Baglioni nel 1565 fondò a Verona l'Accademia dei Filotimi o degli amanti dell’onore, tutti aristocratici con almeno duecento anni di nobiltà. I Filotimi erano un’organizzazione militare sempre pronta a soccorrere la Serenissima nei momenti più critici, offrendole, a proprie spese, ufficiali e armati ben addestrati, come avvenne al tempo delle Pasque Veronesi. Tre dei protagonisti dell’insurrezione del 1797 contro Napoleone, il Conte Ernesto Bevilacqua, il Conte Francesco degli Emilei e il Conte Augusto Verità erano Filotimi. Ritratto del tempo.

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