Primo itinerario: da Piazza delle Erbe a Porta Vescovo, fino al Lazzaretto e a Mizzole
Primo itinerario: da Piazza delle Erbe a Porta Vescovo, fino al Lazzaretto e a Mizzole
Decima tappa - Porta Vescovo, Lazzaretto e chiesa parrocchiale di Mizzole
Percorrendo la circonvallazione in direzione Vicenza, dal Cimitero Monumentale perveniamo a Porta Vescovo, storico accesso alla città di Verona, per chi provenga da est. Da questo momento in poi, ampliandosi le distanze, sarà meglio percorrere il tragitto finale di questo primo itinerario sui luoghi delle Pasque Veronesi, avvalendoci a un’autovettura.
Secondo alcuni Porta Vescovo era così denominata per un dazio sulle merci, risalente all’epoca del libero Comune, destinato al Vescovo; secondo altri per il fatto che i Vescovi, in età veneziana, prendevano possesso della diocesi facendo il loro ingresso in città da questa Porta, provenendo dalla città lagunare.
Il nucleo architettonico originario di Porta Vescovo, così come si presenta oggi, rimonta all’anno 1520. Progettata da Giovanni Maria Falconetto, il profilo rinascimentale dell’edificio è ancor oggi riconoscibile nel lato esterno, verso la campagna. [immagine 52]
La Porta fu ampliata, con l’aggiunta di due archi laterali e trasformata in stile neoromanico in epoca austriaca, specie nel lato verso la città, fra il 1862 e 1863.
52 - Verona. Porta Vescovo, vista dal lato esterno, verso la campagna, nel suo profilo cinquecentesco e con la passerella del ponte levatoio abbassata. Disegno di Adriano Cristofali (1718-1788).
Al tempo della sollevazione popolare consegnata alla storia come Pasque Veronesi, Porta Vescovo assistette anzitutto all’esodo, con ogni mezzo, di cinquemila suoi abitanti verso Vicenza e Venezia, per sfuggire alle violenze e alle ruberie dell’armata francese, in procinto di entrare in città. Naturalmente fuggivano quei veronesi, ricchi o poveri che fossero, che potevano trovare ricovero in una seconda dimora più lontana, magari di fortuna o presso parenti e amici. [immagine 53]
53 - Cinquemila veronesi fuggono dalla città in direzione Vicenza, prima che le truppe rivoluzionarie francesi facciano il loro ingresso in Verona. Un decimo della popolazione cerca di sottrarsi alle violenze e alle ruberie dei transalpini L’esodo, iniziato già nei giorni precedenti, raggiunge il suo apice il 31 maggio 1796, vigilia dell’ingresso di Bonaparte a Verona. Tavola di Beniamino Delvecchio, su commissione del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi.
Assistette ancora, Porta Vescovo, al generoso accorrere, in aiuto di Verona, delle cernide o truppe paesane reclutate nelle campagne o provenienti da altri distretti veneti. E questo fino all’ultimo giorno dell’insorgenza, richiamate dal suono incessante delle campane a martello, ch’era il segnale di allarme, da parte delle torri e dei campanili delle chiese. [immagine 54]
54 - Fino all’ultimo giorno dell’insorgenza giungono volontari in armi dal contado a soccorrere Verona. Cernide da Zevio e da San Giovanni Lupatoto si presentano a Porta Vescovo. Tavola di Mariano Zardini, su commissione del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi.
Vide ancora la duplice fuga dei Rettori veneziani, all’inizio dell’insorgenza e, dopo che le autorità veneziane erano rientrate in città, al termine delle Pasque Veronesi, per non compromettere la chimerica neutralità veneziana e salvarsi. Podestà e Capitano del Popolo fuggivano ovviamente verso est, verso Vicenza, Padova e verso la Capitale, Venezia. [immagine 55]
55 - Prima fuga dei Rappresentanti Veneti da Verona, uscendo da Porta Vescovo (notte fra il 17 e il 18 aprile 1797). Tavola di Quirino Maestrello, su commissione del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi.
Attraverso Porta Vescovo fecero rientro in città, dopo lunghissimo periplo, le truppe veneziane e veronesi che avevano coraggiosamente ingaggiato battaglia alla Croce Bianca (20 aprile 1797) contro le truppe francesi provenienti da Milano e intenzionate a rioccupare Verona. Dopo che le sorti di quello sfortunato combattimento, iniziato sotto i migliori auspici, erano volte a svantaggio delle milizie venete, a causa dell’immensa esplosione della santabarbara centrata da un obice francese, quelle poterono trovare rifugio al riparo delle mura.
Raggiungere in autovettura, il Lazzaretto, che si trova nel quartiere di Porto San Pancrazio, presso l’Adige, è facile. La tratta è di circa 3 chilometri. Da Porta Vescovo si prende anzitutto Via Francesco Torbido, poi Via Sebastiano Dal Vino, indi Via Galileo Galilei, Via Luciano Ligabò, Via Porto San Pancrazio, Via 28 marzo, Via Ponte San Pancrazio, infine Via Lazzaretto.
Il Lazzaretto fu costruito a partire dal 1548, per ospitare i malati di peste veronesi nelle ripetute epidemie che falcidiarono le popolazioni del Nord-Italia. Dopo quelle del 1511-12 e del 1576-77, durante quella manzoniana del 1630, la popolazione veronese si assottigliò a 20mila abitanti, da 50mila anime che erano. Praticamente due terzi dei veronesi perì, mentre 5mila appestati si ammassavano nel Lazzaretto. [immagini 56, 57, 58 e 59]
L’isolamento dei malati dal resto della città, mirava ad evitare il propagarsi del contagio. Imbarcati a Ponte Navi, gli appestati giungevano al Lazzaretto su zattere o a bordo di altri natanti.
Nel ‘700 il Lazzaretto divenne ospedale militare; poi luogo di detenzione di prigionieri di guerra austriaci, nella Verona occupata dalle truppe di Bonaparte.
Infine nel XIX e XX secolo il Lazzaretto fu adibito a deposito di munizioni. Tremenda l’esplosione accidentale che lo sconquassò il 20 maggio 1945, a conflitto ormai terminato, a causa degli ordigni della Seconda Guerra Mondiale ivi depositati. Il complesso è oggi affidato al Fondo Italiano per l’Ambiente (FAI).
Scoppiate le Pasque Veronesi, la popolazione liberò i soldati e gli artiglieri austriaci detenuti dai francesi nel Lazzaretto, i quali affiancarono popolani e cernide (truppe paesane) nei combattimenti, fin tanto che la tregua imposta dai Preliminari di Leoben, firmati il 17 aprile 1797 (ma di cui a Verona si ebbe contezza solo il giorno dopo) non li costrinse a ritirarsi o a cessare il fuoco. [immagine 60]
56 – Pianta del Lazzaretto di Verona sulle sponde dell’Adige, costruito fra il 1542 e il 1628. Dal sito dell’Associazione Pro Loco Lazzaretto.
57-58-59 - Il Lazzaretto di Verona, a sud-est della città, poco fuori dal perimetro delle mura, tra San Michele e Madonna di Campagna, presso le sponde dell’Adige. Da G.C. Volkamer, Continuation der Nurbergischen Hesperidum. Norimberga 1714, p. 54.


60 - Cernide veneziane (truppe contadine della Serenissima) e popolani veronesi liberano cento soldati austriaci rinchiusi nel Lazzaretto di Verona dai rivoluzionari francesi. I soldati dell’Imperatore prendonoi parte attiva ai combattimenti insieme coi veronesi (almeno fino alla notizia degli accordi di Leoben fra Austria e Francia). L’abilità nel tiro degli artiglieri cesarei getta nello scompiglio i soldati di Bonaparte. 19 aprile 1797. Tavola di Mariano Zardini, su commissione del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi.
Altro tragitto in macchina è richiesto per raggiungere l’ameno borgo di Mizzole, in Val Squaranto, alla periferia nord-orientale di Verona. La distanza dal Lazzaretto è di poco più di 9 chilometri: da Via Lazzaretto, si passa in Via Ponte San Pancrazio, Via 28 marzo, Via Porto San Pancrazio, Via Porto San Michele, Viale Venezia, Via del Capitel, Via Arnoldo Mondadori, Via Aldo Manuzio, Via Banchette, Via San Michele, Via Antonio da Legnago, Via Castello, Via Ponte verde, Via dei Mandorli, Via Sant’Eurosia, Via Emanuele Nicolini.
La bella chiesa settecentesca, intitolata ai Santi Pietro e Paolo, fu testimone dell’arresto e deportazione alla Cittadella di Mantova del parroco di Mizzole, don Bonaventura Maselli, reo di essersi opposto all’innalzamento dell’albero della libertà, simbolo della Rivoluzione, sulla piazza antistante la chiesa. [immagini 61 e 62]
Un fatto analogo, occorso a Castel San Pietro Terme, nel bolognese, era costato la vita a don Pietro Zanarini, parroco del luogo. Il 7 giugno 1798, festa del Corpus Domini egli aveva abbattuto a colpi d’accetta l’albero della libertà, innalzato da alcuni sbandati con simpatie giacobine, proprio su sagrato della sua chiesa. Don Zanarini venne fucilato a Ferrara il 28 luglio 1798 dai soldati polacchi del Generale Dombrowski, alleati di Bonaparte.
61 - Il Comitato di Sicurezza della Municipalità di Verona fa deportare il curato di Mizzole alla Cittadella di Mantova, perché si era opposto all’innalzamento dell’albero della libertà in piazza, facendo suonare contro l’allarme a mezzo della campana a martello. Bando della Municipalità giacobina di Verona del 28 giugno 1797.
62 - Il parroco di Mizzole (Vr), Don Bonaventura Maselli, è condannato dalla Municipalità giacobina di Verona ad essere deportato alla Cittadella di Mantova, essendosi opposto all’innalzamento dell’albero della libertà innanzi alla chiesa. L’albero della libertà, innalzato con orgoglio dai giacobini, era emblema della distruzione della Cristiana Religione. E, nella simbologia massonico-rivoluzionaria, rappresenta l’albero del peccato originale commesso da Adamo ed Eva, contrapposto al legno della Croce di Gesù Cristo. 28 giugno 1797. Tavola di Mario Zara, su commissione del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi.
Secondo alcuni Porta Vescovo era così denominata per un dazio sulle merci, risalente all’epoca del libero Comune, destinato al Vescovo; secondo altri per il fatto che i Vescovi, in età veneziana, prendevano possesso della diocesi facendo il loro ingresso in città da questa Porta, provenendo dalla città lagunare.
Il nucleo architettonico originario di Porta Vescovo, così come si presenta oggi, rimonta all’anno 1520. Progettata da Giovanni Maria Falconetto, il profilo rinascimentale dell’edificio è ancor oggi riconoscibile nel lato esterno, verso la campagna. [immagine 52]
La Porta fu ampliata, con l’aggiunta di due archi laterali e trasformata in stile neoromanico in epoca austriaca, specie nel lato verso la città, fra il 1862 e 1863.
52 - Verona. Porta Vescovo, vista dal lato esterno, verso la campagna, nel suo profilo cinquecentesco e con la passerella del ponte levatoio abbassata. Disegno di Adriano Cristofali (1718-1788).Al tempo della sollevazione popolare consegnata alla storia come Pasque Veronesi, Porta Vescovo assistette anzitutto all’esodo, con ogni mezzo, di cinquemila suoi abitanti verso Vicenza e Venezia, per sfuggire alle violenze e alle ruberie dell’armata francese, in procinto di entrare in città. Naturalmente fuggivano quei veronesi, ricchi o poveri che fossero, che potevano trovare ricovero in una seconda dimora più lontana, magari di fortuna o presso parenti e amici. [immagine 53]

Assistette ancora, Porta Vescovo, al generoso accorrere, in aiuto di Verona, delle cernide o truppe paesane reclutate nelle campagne o provenienti da altri distretti veneti. E questo fino all’ultimo giorno dell’insorgenza, richiamate dal suono incessante delle campane a martello, ch’era il segnale di allarme, da parte delle torri e dei campanili delle chiese. [immagine 54]

Vide ancora la duplice fuga dei Rettori veneziani, all’inizio dell’insorgenza e, dopo che le autorità veneziane erano rientrate in città, al termine delle Pasque Veronesi, per non compromettere la chimerica neutralità veneziana e salvarsi. Podestà e Capitano del Popolo fuggivano ovviamente verso est, verso Vicenza, Padova e verso la Capitale, Venezia. [immagine 55]

Attraverso Porta Vescovo fecero rientro in città, dopo lunghissimo periplo, le truppe veneziane e veronesi che avevano coraggiosamente ingaggiato battaglia alla Croce Bianca (20 aprile 1797) contro le truppe francesi provenienti da Milano e intenzionate a rioccupare Verona. Dopo che le sorti di quello sfortunato combattimento, iniziato sotto i migliori auspici, erano volte a svantaggio delle milizie venete, a causa dell’immensa esplosione della santabarbara centrata da un obice francese, quelle poterono trovare rifugio al riparo delle mura.
Raggiungere in autovettura, il Lazzaretto, che si trova nel quartiere di Porto San Pancrazio, presso l’Adige, è facile. La tratta è di circa 3 chilometri. Da Porta Vescovo si prende anzitutto Via Francesco Torbido, poi Via Sebastiano Dal Vino, indi Via Galileo Galilei, Via Luciano Ligabò, Via Porto San Pancrazio, Via 28 marzo, Via Ponte San Pancrazio, infine Via Lazzaretto.
Il Lazzaretto fu costruito a partire dal 1548, per ospitare i malati di peste veronesi nelle ripetute epidemie che falcidiarono le popolazioni del Nord-Italia. Dopo quelle del 1511-12 e del 1576-77, durante quella manzoniana del 1630, la popolazione veronese si assottigliò a 20mila abitanti, da 50mila anime che erano. Praticamente due terzi dei veronesi perì, mentre 5mila appestati si ammassavano nel Lazzaretto. [immagini 56, 57, 58 e 59]
L’isolamento dei malati dal resto della città, mirava ad evitare il propagarsi del contagio. Imbarcati a Ponte Navi, gli appestati giungevano al Lazzaretto su zattere o a bordo di altri natanti.
Nel ‘700 il Lazzaretto divenne ospedale militare; poi luogo di detenzione di prigionieri di guerra austriaci, nella Verona occupata dalle truppe di Bonaparte.
Infine nel XIX e XX secolo il Lazzaretto fu adibito a deposito di munizioni. Tremenda l’esplosione accidentale che lo sconquassò il 20 maggio 1945, a conflitto ormai terminato, a causa degli ordigni della Seconda Guerra Mondiale ivi depositati. Il complesso è oggi affidato al Fondo Italiano per l’Ambiente (FAI).
Scoppiate le Pasque Veronesi, la popolazione liberò i soldati e gli artiglieri austriaci detenuti dai francesi nel Lazzaretto, i quali affiancarono popolani e cernide (truppe paesane) nei combattimenti, fin tanto che la tregua imposta dai Preliminari di Leoben, firmati il 17 aprile 1797 (ma di cui a Verona si ebbe contezza solo il giorno dopo) non li costrinse a ritirarsi o a cessare il fuoco. [immagine 60]

57-58-59 - Il Lazzaretto di Verona, a sud-est della città, poco fuori dal perimetro delle mura, tra San Michele e Madonna di Campagna, presso le sponde dell’Adige. Da G.C. Volkamer, Continuation der Nurbergischen Hesperidum. Norimberga 1714, p. 54.


Altro tragitto in macchina è richiesto per raggiungere l’ameno borgo di Mizzole, in Val Squaranto, alla periferia nord-orientale di Verona. La distanza dal Lazzaretto è di poco più di 9 chilometri: da Via Lazzaretto, si passa in Via Ponte San Pancrazio, Via 28 marzo, Via Porto San Pancrazio, Via Porto San Michele, Viale Venezia, Via del Capitel, Via Arnoldo Mondadori, Via Aldo Manuzio, Via Banchette, Via San Michele, Via Antonio da Legnago, Via Castello, Via Ponte verde, Via dei Mandorli, Via Sant’Eurosia, Via Emanuele Nicolini.
La bella chiesa settecentesca, intitolata ai Santi Pietro e Paolo, fu testimone dell’arresto e deportazione alla Cittadella di Mantova del parroco di Mizzole, don Bonaventura Maselli, reo di essersi opposto all’innalzamento dell’albero della libertà, simbolo della Rivoluzione, sulla piazza antistante la chiesa. [immagini 61 e 62]
Un fatto analogo, occorso a Castel San Pietro Terme, nel bolognese, era costato la vita a don Pietro Zanarini, parroco del luogo. Il 7 giugno 1798, festa del Corpus Domini egli aveva abbattuto a colpi d’accetta l’albero della libertà, innalzato da alcuni sbandati con simpatie giacobine, proprio su sagrato della sua chiesa. Don Zanarini venne fucilato a Ferrara il 28 luglio 1798 dai soldati polacchi del Generale Dombrowski, alleati di Bonaparte.
61 - Il Comitato di Sicurezza della Municipalità di Verona fa deportare il curato di Mizzole alla Cittadella di Mantova, perché si era opposto all’innalzamento dell’albero della libertà in piazza, facendo suonare contro l’allarme a mezzo della campana a martello. Bando della Municipalità giacobina di Verona del 28 giugno 1797.
62 - Il parroco di Mizzole (Vr), Don Bonaventura Maselli, è condannato dalla Municipalità giacobina di Verona ad essere deportato alla Cittadella di Mantova, essendosi opposto all’innalzamento dell’albero della libertà innanzi alla chiesa. L’albero della libertà, innalzato con orgoglio dai giacobini, era emblema della distruzione della Cristiana Religione. E, nella simbologia massonico-rivoluzionaria, rappresenta l’albero del peccato originale commesso da Adamo ed Eva, contrapposto al legno della Croce di Gesù Cristo. 28 giugno 1797. Tavola di Mario Zara, su commissione del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi.