Primo itinerario: da Piazza delle Erbe a Porta Vescovo, fino al Lazzaretto e a Mizzole

Primo itinerario: da Piazza delle Erbe a Porta Vescovo, fino al Lazzaretto e a Mizzole

Terza tappa - Piazza Dante o dei Signori


18 - Piazza dei Signori, a Verona, antico luogo di passeggio cittadino. Acquatinta di Domenico Bonatti su disegno di Luigi Svidercoschi. Calcografia Bennassuti. Verona 1825 circa.

19 - Verona. Piazza dei Signori e il Palazzo della Ragione in una cartolina del primo Novecento. In alto si scorge la sagoma del Leone marciano abraso dai giacobini, all’indomani delle Pasque Veronesi.


Cortile Mercato Vecchio, comunica con Piazza Dante o Piazza dei Signori, su cui affacciano la Loggia di Fra’ Giocondo, il Palazzo del Capitano del Popolo, quello del Governo e, dirimpetto a questo, la Domus Nova, dove risiedevano i giudici. [immagine 18]

Il monumento a Dante, opera dell’insigne scultore Ugo Zannoni, fu innalzato in piazza il 14 maggio 1865, in una Verona retta dall’amministrazione asburgica.

La domenica di Pasqua del 16 aprile 1797, vigilia dell’insurrezione in armi di Verona contro Bonaparte, la piazza fu teatro dei primi incidenti e scontri armati fra militar francesi e pattuglie civiche veronesi, composte ciascuna da un nobile che la comandava e da otto soldati, un caporale, un tamburino, otto rappresentanti delle Corporazioni, un borghese e un mercante. Le pattuglie veronesi effettuavano ronde di ricognizione notturna e diurna, a difesa della città, incaricate di prevenire colpi di mano dei giacobini, partigiani dei francesi e di scovarli e arrestarli, onde non si ripetessero anche a Verona i rivoluzionamenti anti-veneti avvenuti a Bergamo, Brescia e poi a Crema.

Il Palazzo del Comune medievale, detto anche della Ragione [immagine 19] (dove si celebravano i processi) è arricchito nella facciata dai busti dei Rettori veneziani, quelli risparmiati dalla foga vandalica dei giacobini e, prima ancora, dal Magistrato veneziano alle pompe, che vigilava affinché i Magistrati, nell’antico senso del nome, ovvero i titolari di cariche politiche, si contentassero del servizio reso alla Repubblica, senza nessun culto della personalità, né autoreferenzialità di sorta.

Com’è noto, molte volte la Signoria era intervenuta ad impedire, specie nelle città di Terraferma, che statue, monumenti, iscrizioni fossero innalzati alle autorità del luogo, anche quando la devozione filiale dei sudditi lo esigeva. I Provveditori, i Magistrati dovevano infatti ritenersi paghi di servire gratuitamente la Patria e di ricevere da Dio solo, e non dagli uomini, la giusta ricompensa del loro operato. La lotta alle pompe rientrava insomma nel capitolo — invero affascinante — delle leggi suntuarie, di origine greco-romana e poi riprese in età medievale, con cui si mirava ad arginare lo sfarzo ingiustificato dei privati, le esagerazioni nel lusso degli abiti, delle vetture, delle gondole (tutte nere), nei monili, nelle mode (specie femminili) tanto più se sfacciate e incompatibili con la pubblica moralità. E questo valeva anche nel caso di cerimonie luttuose, come i funerali.

Impossibile non notare sulla facciata del Palazzo della Ragione il grande Leone marciano scalpellato dai giacobini dopo le Pasque Veronesi, in odio a Venezia. [immagini 20 e 21] La Municipalità democratica filo-francese pagava infatti apposite schiere di scalpellini per perpetrare questo scempio sugli edifici, sia pubblici che privati.
20 – Verona, Piazza dei Signori. Il Leone di San Marco sul Palazzo della Ragione o del Comune medievale, la cui sagoma è tuttora riconoscibile, limato, scalpellato dai giacobini dopo le Pasque Veronesi.


21 - Lo scalpellamento del Leone marciano di Piazza dei Signori, a Verona, per ordine della Municipalità franco-giacobina. 6 maggio 1797. Ideazione di Danilo Morello. Tavola di Michele Nardo, su commissione del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi.

Il Palazzo della Ragione o del Comune risale al 1194 e fu uno dei primi palazzi pubblici della Penisola. Prospetta su Piazza dei Signori coi suoi eleganti profili bianchi e rossi, mentre la facciata su Piazza delle Erbe si presenta oggi con linee neoclassiche. Era anticamente munito agli angoli di quattro torri, una delle quali, quella che dà su Piazza delle Erbe, adibita a carcere.

Il Palazzo dei Rettori Veneti e dei Provveditori di Comun (oggi Provincia di Verona e Prefettura) è l’edificio dove risiedevano i Provveditori veneti e veronesi. Le linee dell’antico palazzo degli Scaligeri, poi del Podestà, sia nella facciata esterna che dà su Piazza dei Signori che negli interni, furono profondamente rimaneggiate dal restauro in stile neoromanico del 1927-30.

Alla vigilia delle Pasque Veronesi venne scoperta una congiura di francesi e giacobini, che stavano per mettere in atto una strage terroristica di tutte le autorità veneziane e veronesi, residenti nel Palazzo del Podestà. Si sarebbero introdotti di notte nell’edificio attraverso una porticina, lasciata socchiusa, presso la chiesa di Santa Maria Antica, adiacente al palazzo.

Si preconizzavano ben 80 esecuzioni capitali, da eseguire lungo il Corso di Castelvecchio (odierno Corso Cavour) facendo eccezione solo per quelle case dove una bandiera tricolore francese fosse stata esposta sul portone, di notte — questo sarebbe stato il segnale — così da risparmiare i francesi ospitati e i residenti che li accoglievano nelle loro abitazioni.

Compiuto l’eccidio, i rivoltosi avrebbero spalancato le porte della città all’esercito francese, che ne avrebbe occupato tutti i luoghi nevralgici; a Verona sarebbe stato imposto un governo giacobino e la città si sarebbe eretta a Repubblica rivoluzionaria indipendente da Venezia, sul modello di quanto accaduto a Bergamo, Brescia e Crema. Fra i congiurati vi erano anche sacerdoti aderenti alla Rivoluzione.

La cospirazione venne però sventata grazie a Giovambattista Malenza, possidente e agente segreto del controspionaggio veneto, infiltrato fin dal 1796 nelle fila giacobine. Il trentenne Malenza pagherà con la vita la sua fedeltà alla Patria, venendo fucilato a Porta Nuova, dopo le Pasque Veronesi, il 16 maggio 1797. [immagini 22 e 23]
22 - Giovambattista Malenza, agente segreto della Serenissima (al centro) sventa la progettata strage terrorista contro le autorità veneziane e veronesi, architettata dai partigiani di Napoleone e li fa arrestare. I rivoluzionari avrebbero dovuto introdursi nel Palazzo podestarile, penetrando da una porticina segreta presso la chiesa di Santa Maria Antica, lasciata semichiusa. Notte fra l’11 e il 12 aprile 1797. Tavola di Oliviero Murru, su commissione del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi.

23 - Il 12 aprile 1797, i congiurati filo-francesi che avevano cospirato contro la Serenissima Repubblica e contro Verona, sfilano in stato di arresto per le vie della città. Sono giacobini e massoni, rei non soltanto di aver attentato alla sicurezza dello Stato, ma di aver anche organizzato una strage terroristica contro le autorità veneziane e veronesi nel palazzo podestarile. La polizia veneta (i cosiddetti birri o biri) li conduce di giorno e a capo scoperto per le vie di Verona, affinché tutti li possano vedere, senza i cappucci protettivi che di solito venivano infilati sulla testa degli accusati, per garantirne l’anonimato. Tavola di Mariano Zardini, su commissione del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi.

Nel Palazzo del Podestà (e nell’adiacente Loggia di Fra’ Giocondo, [immagine 24] capolavoro dell’architettura rinascimentale italiana, allora sede del Consiglio Nobiliare cittadino) si tenne la riunione, prima segreta, poi pubblica con cui Verona decise di armarsi. Formalmente solo contro i ribelli bergamaschi, bresciani, e veronesi, che parteggiavano per la Rivoluzione di Francia. I Rettori veneziani di Verona e i Provveditori di Comun, ne informarono anche la Serenissima e gli stessi Comandi francesi, con cui sussisteva ancora una situazione di formale neutralità. Tutti lodarono la fedeltà dei veronesi a San Marco. Ma in realtà i Comandi transalpini già cospiravano e armavano i rivoltosi. E comprendevano essere un pericolo, di fatto, anche per le truppe francesi, il fatto che Verona si armasse, determinando così il fallimento delle loro congiure. [immagini 25 e 26]
24 - La Loggia di Fra’ Giocondo, a sinistra, ultimata nel 1493 e il Palazzo scaligero di Cangrande o del Podestà, a destra, residenza delle autorità veneziane e veronesi.

25 - Consiglio di Guerra a porte aperte che si tiene in Piazza dei Signori, a Verona, nel Palazzo dei Rettori Veneti (attuale sede dell’amministrazione provinciale). Le Autorità Veronesi decidono di non imitare Bergamo e Brescia nella capitolazione, ma di resistere in armi contro giacobini e rivoluzionari, a difesa della Serenissima. 22 marzo 1797. Tavola di Giorgio Sartor, su commissione del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi.

26 - Esultanza della popolazione, dopo il Consiglio di guerra, alla notizia che Verona si armerà contro i franco-giacobini. 22 marzo 1797. Tavola di Mariano Zardini, su commissione del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi.


L’inizio dell’insurrezione delle Pasque Veronesi fu scandito dall’abbattimento di uno dei merli del palazzo, alle ore 17 del 17 aprile 1797, Lunedì dell’Angelo, quando i rivoluzionari francesi iniziarono a cannoneggiare la città dai forti (Castel San Pietro e Castel San Felice) che dalle colline sovrastavano l’abitato.

Il Palazzo podestarile fu anche luogo di detenzione dei 2.400 francesi, fra militari e personale civile, fatti prigionieri dai veronesi durante l’insurrezione delle Pasque Veronesi. [immagine 27]
27 – Militari francesi fatti prigionieri durante l’insurrezione delle Pasque Veronesi (17-25 aprile 1797) sono condotti nel Palazzo del Podestà, in Piazza dei Signori, nel tripudio dei veronesi. Tavola di Beniamino Delvecchio (particolare) su commissione del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi.

Il Palazzo dei Rettori Veneti fu anche muto testimone del divieto del Carnevale del 1798 sotto occupazione franco-giacobina, evento molto temuto dai rivoluzionari, che temevano di essere irrisi e messi alla berlina dai veronesi. [immagine 28]
28 - I rivoluzionari francesi e i giacobini veronesi impediscono il Carnevale del 1798, nel timore di tumulti popolari e di essere sbeffeggiati. Tavola di Sofia Terzo, su commissione del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi.

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